Canto il corpo elettrico, questo io canto

«E se il corpo non fosse l’anima, l’anima cosa sarebbe?» si chiede Walt Whitman nella sua poesia “Canto il corpo elettrico”. Se il corpo non fosse l’anima, non sarebbe nulla, nient’altro che un involucro senza sostanza. Ma il corpo è l’anima, non solo è unito ad essa, ma si muove in forza di lei e con lei. «Canto il corpo elettrico, le schiere di quelli che amo mi abbracciano e io li abbraccio», perché chi amiamo lo vogliamo toccare, abbracciare, con affetto, tenerezza, forza, passione e sentimento. Segno di certezza dell’unione, è l’esprimersi di un legame che si rinsalda e di una presenza che mai viene meno nella sua costanza. Se il corpo non fosse l’anima, l’anima sarebbe un’ala incapace di aprirsi, di volare e di donarsi.

Contempliamo il corpo perché essenza dell’amore, essenza di un incontro che nasce da una suggestione improvvisa e fulminea, anche celata, che non è mai solo estetica. È chiedersi chi sia quel volto che tanto ci rapisce, quell’anima che vogliamo conoscere e cui il corpo dà voce. Un incontro che diventa poi un’esplosione emotiva, dei sensi, dei pensieri e cresce nel suo espandersi, arrestandosi solo per cambiare di forma, direzione e intensità.
louvre-2775451_960_720.jpg«L’amore del corpo di un uomo o di una donna è al di là di ogni descrizione, il corpo stesso ne è al di là, quello del maschio è perfetto, perfetto quello della femmina. L’espressione del volto è aldilà di ogni descrizione, ma l’espressione di un uomo ben fatto non appare soltanto sul suo volto, è anche nelle membra e nelle giunture, stranamente è nei suoi fianchi, nei suoi polsi, nel suo passo, nel modo di portare il collo, nel flettere la vita e le ginocchia, i vestiti non lo nascondono, la forte buona qualità che possiede erompe da sotto il cotone e (…) ti soffermi a guardare la sua schiena, la sua nuca, le spalle.» «Questa è la forma femminile, un nembo divino ne esala dal capo ai piedi, attrae con una fiera irresistibile attrazione, io sono spinto dal suo respiro come se non fossi Mente più che un vapore indifeso, tutto scompare fuorché noi due, libri, arte, religione, tempo, la terra solida e visibile, e ciò che ci si aspettava dal cielo o si temeva dall’inferno, ora sono consumati, folli filamenti, ingovernabili germogli che ne promanano, altrettanto ingovernabile la reazione, capelli, petto, fianchi, gambe che si piegano, mani che cadono in negligente abbandono, come le mie, riflusso colpito dal flusso e flusso colpito dal riflusso, carne d’amore che inturgidisce e fa dolcemente male, getti d’amore senza limiti (…), notte d’amore dello sposo che dura sicura e dolce sino all’alba prostrata che ondeggia sino al giorno compiacente e docile (…) [che] ha tenera la carne.»

Un incontro in cui lui e lei nel giocare un ruolo danno sé stessi. Un movimento di svelamento che riporta dritti alla propria sorgente originaria e alla ragione del proprio essere: due ma uno solo, due ma più di due. «Donne, (…) il vostro privilegio racchiude il resto ed è l’esito del resto, voi siete i cancelli del corpo, voi siete i cancelli dell’anima. La femmina contiene tutte le qualità e le tempera, è al suo posto e si muove con perfetto equilibrio (…). Come vedo la mia anima riflessa nella Natura, come vedo traverso la nebbia, un Essere dalla inesprimibile completezza, salute, bellezza [vedo], la Donna vedo.» «Il maschio non è né più né meno che anima, anche lui è al suo posto, anche lui ha tutte le qualità, è azione e potere, il traboccare dell’universo conosciuto è in lui, il disprezzo gli si addice, il desiderio e la sfida gli si addicono, le più vaste selvagge passioni, l’estrema felicità, l’estrema pena gli si addicono, l’orgoglio è per lui, l’orgoglio profuso dell’uomo calma l’anima, è ottimo per lei, la conoscenza gli si addice, lui l’ama sempre, sottopone ogni cosa alla prova di se stesso, qualunque sia la ricerca, qualunque il mare e la vela lui lancia i suoi scandagli alla fine soltanto qui (dove potrebbe gettare scandagli, se non qui?).»

«Il corpo dell’uomo è sacro e il corpo della donna è sacro, non importa chi sia, è sacro». È in questa consapevolezza che ci si ama e che ogni giorno ci si incontra e ci si prende come se fosse il primo.

Walter Whitman, noto come Walt Whitman (West Hills, 31 maggio 1819 – Camden, 26 marzo 1892), è stato un poeta, scrittore e giornalista statunitense. Conosciutissimo per la sua raccolta poetica “Foglie d’erba” (pubblicata in diverse edizioni a partire dal 1855) e per essere l’autore dell’ode «O capitano! Mio capitano!» resa celeberrima dal film di Peter Weir L’attimo fuggente, del 1989.
Nella sua carriera di scrittore cantò il suo paese, l’America. Suo padre si dedicò a mestieri di vario genere, mentre la madre, Louisa Van Velsor, aveva con il figlio un rapporto privilegiato. Ne è testimonianza l’intensa corrispondenza che intercorse tra i due.
Fortemente legato a una visione armonica dell’universo naturale, la sua poetica attinge dalla realtà, dai suoi aspetti più vari, per trarne immagini da fondere con un linguaggio personalissimo e tutto da decifrare. Whitman è ricordato come il cantore della libertà e di un ideale visionario che pone l’uomo al centro. Il sogno americano conosce in lui uno dei suoi principali anticipatori e sostenitori: ne esplicitò l’essenza e le sue fondamenta.

Nell’ode “Canto il corpo elettrico” parla dell’amore tra uomo e donna, tra due amanti che si amano realmente e profondamente. Un amore cui tutti hanno diritto. Oggi con questo mio post mi è piaciuto riportarvene una parte accompagnandola con le mie riflessioni.

©Federica 2018 per Storie in punta di righe.

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